L’Istat ieri annunciava le cifre della disoccupazione italiana: due milioni di persone senza lavoro, prevalentemente giovani e giovani ragazze.
Ma non eravamo usciti dalla crisi? Una crisi che il Governo prima diceva che non c’era: basti ricordare meno di un anno fa gli incentivi per gli straordinari, decisi da una maggioranza ignara dello stato dell’arte. Una misura grottesca nel paese che cominciava a registrare le prime chiusure di attività produttive.
Poi che era di scarso impatto sull’Italia: basti pensare alla risorse scarse -le più scarse tra i paesi europei- messe a disposizione per contrastare la crisi, mentre al contrario attivamente e robustamente ci si impegnava a dividere il sindacato e isolare la Cgil.
Poi ancora che la crisi era già superata, chiamando a testimonianza i flebili segnali delle borse e evitando di guardare a Dubai.
Ma si tratta soltanto di miopia politica oppure siamo di fronte ad una visione della crisi, cause e terapie, che produce quelle misure e quei giudizi?
Può darsi che l’inadeguatezza di alcune misure del governo sia dovuta anche a miopia , unita alla scelta di favorire interessi, sotto la pressione di Confindustria e di quelle forze che hanno pensato di utilizzare la fase per modificare i rapporti di lavoro in senso autoritario, giustificare l’ulteriore riduzione della protezione sociale e rendere permanente e funzionale la precarietà.
Ma c’è di più.
A ispirare una tale sequenza di affermazioni e comportamenti abnormi c’è la negazione delle ragioni strutturali della crisi: non riconoscere cioè che la separazione tra economia reale e finanza, politica ed economia, interessi generali e interessi speculativi,diseguaglianze sociali, crescita senza qualità fondata sulla competizione senza limiti e dunque mercificazione del lavoro e dell’ambiente, sono strutturalmente la causa dell’instabilità del sistema economico.
La crisi svela questa verità.
Per questo è altrettanto vero che dalla crisi l’Italia può uscire più giusta o più iniqua, più solidale o più frammentata,più forte o più debole: dipende e dipenderà dalle scelte che si assumeranno.
Oggi la direzione di marcia non va nella direzione giusta.
Le scelte del Governo sono inadeguate e sbagliate. Ma sarebbe un errore limitarsi a questo giudizio e non vedere come non sia in campo una proposta concreta e generale di modello produttivo, economico e sociale alternativo a quello che ha mostrato con la crisi la sua instabilità.
Manca perché manca una cultura politica che la ispiri e che si riappropri innanzitutto della convinzione che un modello alternativo è ciò che serve,al paese, all’Europa e al pianeta.
Quello che è evidente lo è ancora di più se si ricorda che la crisi ha aggravato il declino dell’Italia che preesisteva e si mostrava con le retribuzioni più basse dei paesi dell’Ocse; con risibili investimenti pubblici e privati in ricerca,scuola,università e formazione;senza politica industriale né difesa dei campioni nazionali portanti dell’industria manifatturiera;con un modello di specializzazione produttiva in affanno e da innovare;un mercato del lavoro frammentato e la precarizzazione del lavoro utilizzata come leva su cui fondare una competizione senza qualità; Nord e Sud divisi e diversi;una grande economia sommersa e il lavoro nero utilizzato come suo asse portante; la cultura dell’illegalità diffusa e incentivata da condoni e furbizie contenute in leggi dello stato.
Le cifre della disoccupazione fornite dall’Istat poi danno il quadro della difficoltà di un paese (delle persone e delle famiglie oltre che del sistema produttivo) in cui interi settori produttivi sono privi di ammortizzatori sociali universali:un terreno sul quale il governo doveva e dovrebbe concentrare il massimo degli sforzi e delle risorse:perché la disoccupazione si manifesterà compiutamente quando si esauriranno gli ammortizzatori sociali per i settori coperti; perché molti disoccupati in più di quelli certificati esistono e sono resi invisibili dalla precarietà del contratto di lavoro a tempo che svolgevano e che semplicemente non viene più rinnovato alle prime avvisaglie di crisi; perché all’uscita dal tunnel la fotografia produttiva del paese sarà probabilmente diversa ed è probabile che tante attività produttive non riprenderanno;perché lo stesso carattere della crisi globale ci dice che non si potrà puntare sull’esportazioni per la ripresa e bisognerà trovare un diverso equilibrio tra domanda interna -di beni (quali ?) e servizi – ed export e dunque su una diversa distribuzione della ricchezza e dunque ancora sull’aumento del reddito a disposizione delle persone, lavoratori e pensionati.
Il 10 di dicembre a Milano vogliamo parlarne.
E vogliamo parlarne in tanti: sindacalisti, economisti, sociologi, giuslavoristi.
Perchè la discussione sia produttiva il gruppo di lavoro del “Forum del lavoro” di Sinistra Ecologia e Libertà ha elaborato un testo, di analisi e di proposta , come base di quella discussione così da avere una opinione di tanti su quella proposta e su quella analisi.
Il titolo della nostra iniziativa “Crisi: Uscita a Sinistra” e i sottotitoli dei singoli punti del nostro testo : ”A che punto è la crisi mondiale;Idee alternative per un nuovo modello di società: una nuova qualità dello sviluppo; la redistribuzione della ricchezza; la valorizzazione del lavoro per una piena e buona occupazione “ tratteggiano i contorni della nostra proposta.
E anche il profilo della forza politica della sinistra moderna di cui ci sarebbe bisogno.
