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IN ITALIA C’E’ LA PENA DI MORTE

IN ITALIA C’E’ LA PENA DI MORTE

di Andrea Colombo

Non è stato un incidente: è stato un omicidio. O più precisamente , come usa dire quando a uccidere è lo Stato, è stata un’esecuzione. Diana Blefari Melazzi è stata lasciata morire perché non si poteva tollerare che una terrorista venisse trattata come una persona normale, e che fosse curata fuori dal carcere una volta appurato che per lei il carcere equivaleva a una sentenza di morte. Però nulla sarebbe oggi più ipocrita dell’attribuire la responsabilità di questa morte prevedibile e prevista, evitabile e non evitata, solo su chi avrebbe dovuto sorvegliarla in cella.

La “sorveglianza” di Rebibbia Femminile, quasi una perla in quel mare di fango che è il sistema carcerario italiano, ha le sue colpe. Pretendere che una detenuta a rischio di suicidio sia controllata a vista è palesemente un’assurdità. Però non sarebbe stato assurdo tenere la guardia alta nel giorno in cui all’instabile veniva notificata la conferma della condanna all’ergastolo, una di quelle nuove che mettono a dura prova anche i nervi dei più stabili.

Tanto più visto che Diana Blefari Melazzi aveva già dovuto incassare nelle ultime settimane un’ulteriore mazzata, l’arresto dell’ex fidanzato Massimo Papini, sospettato di brigatismo proprio in virtù dei rapporti con lei intrattenuti. Insomma, è davvero difficile dar torto al presidente dell’Associazione Antigone Patrizio Gonnella, che sbotta: «Ma in un sistema carcerario flagellato dal sovraffollamento, proprio lei dovevano tenere in cella da sola, e senza nemmeno toglierle le lenzuola?».

In effetti la tragedia, da questo punto di vista, il sapore di una beffa macabra ce l’ha davvero. Nelle patrie galere i tentati suicidi si contano al ritmo di 400 l’anno: solo nel 2009 l’insano gesto è riuscito a 61 detenuti, ventuno in più rispetto ai primi dieci mesi del 2008. A spiegare la mattanza vale in buona misura proprio un’esistenza resa atroce dall’obbligo di dividere lo spazio vitale in porzioni sempre più minute. E invece proprio il lusso di una cella tutta per sé è stata per Diana Blefari l’ultima spinta verso l’abisso.

Però proprio l’ultima, e di una lunga serie. Perché ben prima che sulle strutture di Rebibbia Femminile, le colpe di questa morte dovranno pur essere attribuite alle perizie psichiatriche che l’avevano trovata «relativamente tranquilla», quelle che ora comprensibilmente sbandiera a giustificazione dei suoi secondini il capo del Dap Franco Ionta. E anche qui fa capolino la beffa sinistra: Diana Blefari temeva di essere avvelenata per ordine di Massimo D’Alema, immaginava e puntualmente denunciava complotti orditi dal medesimo leader piddino per farla fuori, con tanto di sicari inviati all’uopo in carcere. Era depressa, era muta, era isolatissima, era fuori di testa. Per le teste d’uovo della psichiatria carceraria era «relativamente tranquilla».

Ma anche quegli psichiatri bisogna capirli. Le sirene d’allarme loro le avevano fatte suonare eccome. Erano stati proprio i medici di Rebibbia a chiedere il trattamento sanitario obbligatorio, non in carcere ma in «struttura più idonea». Per provarci, ci avevano almeno provato, ma campano in un mondo in cui l’istituzione ha più incidenza d’Ippocrate, e nell’istituzione la voce del magistrato è quella più alta e più sacra. Appunto i magistrati avevano stabilito, nella loro infinita saggezza e alta umanità, che lo stato di sofferenza della Blefari (pur essendo, bontà loro, «indubbio»), da altro non dipendeva se non dallo «stato di consapevolezza del processo». Questione di fifa, non di follia. Anche quando la Cassazione aveva annullato le precedenti condanne proprio perché non avevano tenuto contro delle sopravvenute condizioni psichiche della donna, le toghe non avevano fatto una piega. Manie di persecuzione, vaniloqui, digiuni protratti per settimane erano atteggiamenti solo «apparentemente paranoici»: trattavasi in realtà di «una reazione coerente al suo modo di porsi e conseguenza di un forte impatto dell’ideologia Br sulla sua personalità». Dove tra le righe è facile leggere il retropensiero che a mezza bocca i più sinceri quasi ammettono: «Era una brigatista. Qualsiasi cosa le possa capitare è sempre poco».

In nome di quella motivazione, «E’ una terrorista», era stato disposto a carico di Diana Blefari il 41bis, il carcere duro che la aveva piegata e devastata. Ed era stato disposto non una ma tre volte, dunque anche quando era chiaro che quella carcerazione che è disumana e orrenda sempre, persino quando colpisce Totò Riina, equivaleva per lei a una condanna senza appello. Per questo la sua morte non è il frutto di una colpevole leggerezza ma di un rituale omicida collettivo, al quale non hanno mancato di partecipare le sue stesse dementi compagne di setta, come le immonde e staliniane scomuniche di Nadia Lioce, pubblicate ieri dal Corriere della Sera attestano.

«Se Diana fosse stata accusata di un reato comune – hanno dichiarato ieri gli avvocati Caterina Calia e Valerio Spigarelli – sarebbe stata curata. C’è stato un pregiudizio per cui è stata valutata come brigatista e non come persona malata e bisognosa di cure. Nessuno si è voluto prendere la responsabilità di dire che una pericolosa terrorista non era in grado di stare a processo». Hanno perfetta ragione e insieme torto marcio.

Certo in un altro caso altrettanto pubblico, oggetto di un lungo braccio di ferro tra chi indicava il rischio estremo e i giustizieri decisi a ignorare l’allarme, le cose, senza il terrorismo di mezzo, sarebbero probabilmente andate diversamente. Però senza un crimine del peso e della notorietà dell’omicidio Biagi, senza l’ombra della stella a cinque punte, l’eco di quanti casi simili sarebbe arrivata al di là di quelle maledette quattro mura? Ci vuol poco per veririfcarlo. Basta pensare a quei 61 morti di carcere nel solo 2009, e scoprire che dei loro suicidi non sappiamo niente: quanto fossero prevedibili o evitabili, quanto siano stati indotti dall’inciviltà delle galere italiane, o facilitati dall’incuria.

La realtà è che in Italia esiste un codice penale “materiale”, non codificato ma ben applicato, in base al quale alcune tipologie, non di reato bensì semplicemente umane, rischiano la condanna a morte in una repubblica che, sulla carta, non la prevederebbe. I drogati come Stefano Cucchi, che non a caso pullulano nelle liste dei morti in carcere, per suicidio o, peggio, per cause incerte (quest’anno sono già 146: bella cifretta). Gli immigrati, che in fondo se schiattano quasi non se ne accorge nessuno, e chi ne dubita provi pensare ai casi recenti. Sorin Kalin o Cristian Lupu, usciti da due caserme con i piedi davanti senza che nessuno ci facesse caso. E poi gli ultrà, che si sa sono animali e, su tutti, i terroristi, che per quelli se non ci fosse la condanna a morte bisognerebbe inventarla. Come si è fatto per Diana.

Tratto da :
http://www.altronline.it/node/1220


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