Stefano Cucchi morto dopo l’arresto: «Vogliamo la verità»: un altro ragazzo morto in circostanze misteriose dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, Gabriele Sandri e Stefano Aldrovandi. Riportiamo qui di seguito le dichiarazioni di Giulia Rodano e i primi articoli su Stefano Cucchi.
Qui le dichiarazioni di Giulia Rodano:
“La tragica morte di Stefano Cucchi impone risposte ed assunzioni di responsabilità rispetto ad ogni singolo interrogativo che la famiglia ha sollevato in questi giorni. Chi ha martoriato in quel modo il corpo di Stefano Cucchi dopo il suo fermo? Perché? Quando Cucchi è arrivato a Regina Coeli, era già in quello stato? Se sì, chi ha autorizzato il suo arrivo nonostante condizioni fisiche così compromesse? E perché ai familiari di un detenuto fermato per possesso di una modesta quantità di droga leggera è stata negata anche una semplice visita in ospedale? La Procura di Roma e le forze dell’ordine devono risposte inequivocabili, ed in tempi rapidi, sia alla famiglia che all’opinione pubblica”.
Lo dichiara in una nota l’assessore alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, Giulia Rodano.
“Non vorrei infatti che anche questo episodio possa essere interpretato come l’ennesimo segno del clima di crescente intolleranza ed impunità che sta caratterizzando Roma ormai da molti mesi: una città che ha visto crescere esponenzialmente aggressioni ad omosessuali, una città in cui quotidianamente sembra alimentarsi un senso diffuso di paura ed insicurezza”.
“Personalmente – ha concluso l’esponente di Sinistra e Libertà – sono al fianco di una madre e di un padre che chiedono verità su perché e come è morto il loro figlio”
Vi riportiamo inoltre l’articolo de l’UNITà:
Serve verità sulla morte di Stefano Cucchi, il giovane di 31 anni fermato il 15 ottobre scorso per droga al Parco degli acquedotti di Roma e morto all’ospedale Sandro Pertini il 22 dopo essere passato per gli ambulatori del Tribunale, del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli senza avere mai la possibilità di essere visitato dai parenti.
A chiederlo i familiari dell’uomo, che stamattina hanno presentato il caso in una conferenza stampa, organizzata al Senato dal presidente di ‘A buon diritto’ e commentatore de l’Unità, Luigi Manconi, a cui hanno partecipato anche l’avvocato dei Cucchi Fabio Anselmo e alcuni parlamentari, tra i quali Emma Bonino, Rita Bernardini, Felice Casson e Renato Farina. Ai presenti sono state distribuite anche le foto del corpo, immagini «drammaticamente eloquenti – ha spiegato Manconi – che danno l’idea del calvario passato da questo corpo». Che agli occhi dei genitori si è presentato, secondo la ricostruzione, con il volto tumefatto, un occhio rientrato, la mascella fratturata e la dentatura rovinata.
«L’atto di morte è stato acquisito dal pm – ha spiegato il legale – per cui non abbiamo in mano nulla, se non le foto scattate dall’agenzia funebre e un appunto del medico legale. Non sono stati riscontrati traumi lesivi, a quanto appare, che possono averne causato la morte. Si parla di ecchimosi ed escoriazioni e sangue nella vescica, per cui è difficile sapere quando e soprattutto come è morto». Stefano, a quanto conferma il legale, soffriva di epilessia
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Tutti i dubbi sulla morte di Stefano Cucchi: di Cinzia Gubbini – Il Manifesto
I medici non avrebbero mai saputo che i genitori di Stefano Cucchi erano fuori dai cancelli del reparto carcerario per avere informazioni sul figlio. Che è morto dopo cinque giorni passati lì dentro, senza mai poter vedere un famigliare. Questo è quanto filtra dall’interno dell’ospedale Sandro Pertini. Stefano era stato fermato dai carabinieri la notte tra il 15 e il 16 ottobre. Lo denunciano per possesso e spaccio di sostanze stupefacenti. Dopo l’arresto viene trasferito nel reparto carcerario del Sandro Pertini. I genitori si sono recati per tre giorni davanti al reparto
Parlavano con la polizia penitenziaria: chiedevano di entrare. O almeno di poter parlare con un dottore. Veniva risposto loro che serviva un’autorizzazione del pm, che sarebbe arrivata presto. Nessuno ha mai spiegato ai parenti che erano loro a doverla chiedere. Lo capiscono il martedì, il giorno dopo vanno in Procura e ottengono il benedetto permesso. Ma ormai è tardi: giovedì Stefano muore. Fanno in tempo solo a vedere il suo corpo e a rendersi conto che è successo qualcosa: il viso tumefatto, un occhio rientrato nell’orbita e dimagrito di cinque chili in pochi giorni. E’ vero che i medici non sono mai stati informati della richiesta di colloqui? E’ una posizione della direzione sanitaria per giustificare un comportamento irresponsabile e quanto meno poco umano da parte dei sanitari, oppure dimostra che la polizia penitenziaria ha fatto «muro», cercando di allontanare il momento in cui i genitori si sarebbero trovati di fronte al volto del figlio pieno di ecchimosi?
E sulle cause delle tumefazioni e delle fratture ora spunta anche la versione della caduta. La voce era già girata nei primi giorni. Da ieri è «ufficiale». Lo ha riferito in parlamento il ministro della giustizia Angiolino Alfano rispondendo a un’interrogazione del deputato del Pd Roberto Giachetti. Alfano ha assicurato approfondimenti immediati: «Seguirò con estrema attenzione gli sviluppi della vicenda», ha detto, riportando in aula quanto fornito dal carcere di Regina Coeli, dove Stefano è stato portato il venerdì. Era già malconcio. Tanto che dopo un’ora nella sala matricole viene trasferito una prima volta al pronto soccorso dell’Isola Tiberina. Ma il ragazzo era arrivato in carcere già con un certificato medico: era stato visitato infatti anche in tribunale, su disposizione del giudice che si era accorto di qualcosa di strano. «Il medico dell’ambulatorio della città giudiziaria - ha riferito Alfano – ha riscontrato ’lesioni ecchimotiche in
regione palpebrale inferiore bilateralmente’ ed ha avuto riferite dal Cucchi medesimo lesioni alla regione sacrale ed agli arti inferiori, queste ultime non verificate dal sanitario a causa del rifiuto di ispezione espresso dal detenuto».
Passa quindi nelle mani del medico di Regina Coeli: «il referto redatto in istituto – continua Alfano – ha evidenziato la presenza di ecchimosi sacrale coccigea, tumefazione del volto bilaterale orbitaria, algia della deambulazione e arti inferiori».
Perché era ridotto così? Secondo quanto riferito dal medico del carcere Stefano avrebbe detto di essere caduto dalle scale il giorno precedente. Cioè il giovedì, quando è stato fermato dai carabinieri. Ma dove? Nella stazione di polizia di Capannelle dove è stato interrogato? Nella cella di sicurezza di Tor Sapienza dove ha passato la notte? Ammesso che la caduta sia vera queste sono le uniche due ipotesi plausibili, visto che dopo il fermo i genitori lo hanno visto a casa, dove il ragazzo era stato portato dai carabinieri per la perquisizione della sua camera. E stava bene. Il giorno dopo, in tribunale, invece il padre si accorge subito del suo viso gonfio. Ma le fonti dell’Arma finora non hanno parlato di alcuna caduta. Dicono che la notte in cella di sicurezza fu chiamata un’ambulanza, ma perché lui stava male e diceva di soffrire di epilessia.
Epilessia, una caduta, oppure le botte, come sospettano i famigliari? Dove sta la verità? La relazione di Alfano prosegue puntualizzando quanto già si sa: al pronto soccorso vengono fatte delle lastre ed emerge «frattura vertebrale L3 dell’emisoma sinistra e la frattura della vertebra coccigea». Stefano rifiuta il ricovero (eppure in tribunale aveva tentato in tutti i modi di evitare il carcere e di essere destinato a una comunità) e torna in cella. Il giorno dopo, però, i dolori sono talmente forti che viene di nuovo portato al pronto soccorso e quindi ricoverato in ospedale. Dove muore il 22 per «morte naturale». I risultati dell’autopsia parlano però di molto di più: sangue nella vescica, nello stomaco e un polmone compresso. Chi lo ha visto nel reparto carcerario racconta inoltre di un paziente cataterizzato, che non poteva neanche alzarsi dal letto. Con che codice è entrato Stefano in quella palazzina? Quel reparto non è ensato per le emergenze, non c’è la rianimazione, non c’è la Tac. I detenuti in condizioni gravi vengono normalmente trasferiti nei reparti «civili» delle palazzine A e B. Stefano non si è mai mosso dal reparto carcerario. Ieri il pm titolare dell’indagine, Vincenzo Barba, ha acquisito la cartella clinica, la trascrizione verbale dell’udienza e la sua registrazione. Ma soprattutto ha disposto una consulenza medico legale per fare luce sulle cause della morte.
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Per ulteriori approfondimenti cliccate QUI per leggere l’articolo sul Corriere della Sera a firma di Luciano Ferraro

